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Conferenza internazionale contro il femminicidio, 21 novembre 2025
Intervento del Presidente
Onorevoli Ministri, Autorità, Signore e Signori, buongiorno.
Ringrazio la Signora Ministra Eugenia Roccella e l’Organizzazione per la sicurezza e la
cooperazione in Europa, per aver promosso questa Conferenza, che giunge a ridosso della
Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
La violenza di genere è un fenomeno complesso e multidimensionale.
Si manifesta in molteplici forme — fisiche, sessuali, psicologiche, economiche —, spesso
collocate all’interno di un percorso di progressiva escalation, che può culminare nel suo
esito più drammatico e irreversibile: il femminicidio.
Comprendere il ciclo della violenza, le sue cause, le sue dinamiche e le sue conseguenze,
richiede quindi un impegno conoscitivo fondato su dati solidi, affidabili e comparabili,
condizione imprescindibile per la costruzione di politiche di prevenzione e intervento
efficaci.
La centralità del dato in questo ambito è stata, del resto, riconosciuta fin dal 1992 dal
Comitato istituito nell’ambito della Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di
discriminazione contro le donne (CEDAW) delle Nazioni Unite.
Un orientamento poi rafforzato dalla Raccomandazione Generale del 2017, che sollecita
gli Stati a sviluppare sistemi integrati di raccolta e diffusione di dati giudiziari e
amministrativi.
A livello europeo, la Convenzione di Istanbul del 2011 ha rappresentato un punto di svolta.
L’articolo 11 ribadisce l’importanza di disporre di dati sistematici e comparabili per
misurare la diffusione del fenomeno, analizzarne le cause e valutare l’efficacia delle
risposte istituzionali.
La Convenzione ha inoltre introdotto un quadro d’azione fondato su tre pilastri:
prevenire, proteggere e perseguire,
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chiedendo ai Paesi aderenti di dotarsi di un sistema informativo solido e coordinato che
metta insieme tutte queste dimensioni.
È in questo solco che si colloca la collaborazione con il Dipartimento per le Pari
Opportunità, tuttora in vigore, che ha portato alla realizzazione del Sistema informativo
statistico sulla violenza di genere:
una banca dati multi-fonte che valorizza informazioni di natura amministrativa e statistica,
prodotte da Istat, Ministeri, Regioni e il mondo dell’associazionismo, garantendo continuità
e qualità dei dati.
Un ulteriore passo in avanti è stato compiuto con la Legge numero 53 del 2022, che ha
posto tra i compiti delle Istituzioni la responsabilità di garantire dati aggiornati, funzionali
alla definizione di politiche di prevenzione e protezione efficaci.
Nel corso di quasi vent’anni, l’Italia ha costruito un patrimonio conoscitivo di grande valore,
apprezzato a livello internazionale.
Tra gli strumenti a disposizione, l’Indagine sulla “Sicurezza delle donne” ha assunto – a
ragione – un ruolo importante come fonte preziosa di dati.
Dalla prima indagine del 2006,
alla seconda del 2014 — che per la prima volta ha incluso dati rappresentativi anche per le
donne straniere —
fino all’edizione del 2025 i cui risultati diffondiamo quest’oggi, che include anche le
esperienze di violenza subite dalle donne rifugiate, in collaborazione con l’UNHCR.
Si tratta di un percorso che ha riflesso la convergenza di indirizzi a livello internazionale,
da ultimo la recente direttiva Europea del 2024, e azioni a livello nazionale,
ed è sorretto da una base tecnico-scientifica sempre più solida e da un costante impegno
per il miglioramento metodologico e l’armonizzazione a livello europeo.
In tale contesto, sono orgoglioso di poter ricordare che l’Istat ha svolto un ruolo di primo
piano, guidando la prima Task Force di Eurostat dedicata alla definizione della
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metodologia e degli strumenti di rilevazione dell’indagine europea sulla violenza contro le donne.
L’indagine che oggi presentiamo, rappresenta uno strumento essenziale per misurare in
modo approfondito la reale diffusione della violenza maschile contro le donne, includendo
anche il cosiddetto “sommerso”, ossia i casi di cui le vittime non hanno mai parlato.
L’Indagine ha coinvolto circa 17.500 donne italiane tra i 16 e i 75 anni, mentre è tuttora in
corso la rilevazione dedicata alle donne straniere.
Il valore di questa attività va oltre la dimensione scientifica:
essa rappresenta un pilastro della funzione pubblica del dato statistico.
Un dato trasparente, indipendente, accessibile e di interesse universale, che serve alle
istituzioni per agire, alla società civile per comprendere e monitorare, e ai cittadini per
rafforzare la fiducia nelle istituzioni.
Un aspetto che desidero sottolineare riguarda proprio la fiducia nella statistica ufficiale.
Nonostante la delicatezza del tema e la difficoltà nel raccontare esperienze di violenza,
l’indagine del 2025 mostra un tasso di disponibilità all’intervista molto elevato: le
intervistatrici dichiarano che il 65% delle donne ha dimostrato una disponibilità a
rispondere molto buona, il 28,1% buona, e solo una quota marginale ha mostrato qualche
difficoltà.
È certamente un segnale importante.
I risultati che verranno presentati ampiamente questo pomeriggio mostrano che le donne
italiane tra i 16 e i 75 anni che hanno subito nel corso della loro vita almeno una forma di
violenza fisica o sessuale sono circa 6 milioni e 400 mila, pari al 31,9%.
Un dato molto vicino alla media europea del 31%, come mostra l’indagine che i Paesi
europei, coordinati da Eurostat, hanno condotto sulle donne dai 18 ai 74 anni tra il 2020 e
il 2023.
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Tornando ai dati italiani, il 18,8% delle donne ha subito violenze fisiche, il 23,4% violenze
sessuali (incluse le molestie di natura sessuale) e il 5,7% ha subito stupri o tentati stupri.
Le evidenze raccolte confermano come, spesso, le violenze continuino a consumarsi nella
sfera affettiva, a opera di partner o ex partner, tra parenti e amici.
Allo stesso tempo, sta aumentando la consapevolezza delle donne e la ricerca di aiuto
presso i Centri antiviolenza, in particolare per le violenze subite in ambito familiare, come
era già emerso negli ultimi anni guardando ad altre fonti, mentre restano stabili i
comportamenti di denuncia.
Un dato cui è necessario dare particolare attenzione riguarda, inoltre, l’elevata percentuale
di figli che assistono alla violenza domestica o ne sono direttamente vittime.
Come detto, molti altri dati diffusi nel Report uscito questa mattina verranno approfonditi
nel pomeriggio;
e voglio ricordare che il prossimo anno continueremo a diffondere altre informazioni
desumibili dall’indagine.
In conclusione, la violenza contro le donne non è — e non deve essere — considerata un
problema delle donne,
ma interpella e mobilita l’intera società, le sue istituzioni, i suoi sistemi di conoscenza e di
giustizia.
Senza dubbio, l’impegno delle istituzioni nel futuro dovrà essere costante:
nel garantire protezione e sostegno alle vittime,
nel promuovere l’educazione al rispetto e alla parità di genere,
e per quel che riguarda soprattutto l’Istat, nel garantire una raccolta di dati rigorosa e
continua.